Il presidente di Confimprese Euromed scrive a Renzi e a Crocetta

da Alessio Lattuca
presidente di Confimprese Euromed
riceviamo una lettera indirizzata al capo del Governo, Matteo Renzi,
e al presidente della Regione siciliana Rosario Crocetta

Una lettera di Alessio Lattuca, presidente di Confimprese Euromed, per rilanciare la questione meridionale. Una disamina su autostrade, strade, porti, aeroporti. Ma anche un ragionamento sul ruolo della Sicilia nel Mediterraneo 

La firma  del protocollo (Accordo di Programma Quadro Trasporti chiusura anello autostradale Siracusa Mazara del Vallo, promosso dalla Camera di Commercio di Agrigento)  da parte di moltissimi Enti e attori socio economici – Province, Comuni, e Camere di Commercio di Agrigento, Siracusa, Ragusa Caltanissetta e Trapani, Sindaci delle Città capoluogo e di circa 50 Comuni compresi Alcamo e San Vito Lo Capo, ANCE Sicilia, ANAS, FFSS, Capitaneria di Porto – è un significativo atto politico per  portare  all’attenzione del mondo politico ed istituzionale l’esigenza e l’urgenza di completare l’anello autostradale  della Sicilia Meridionale.

LE AUTOSTRADE – Manifesta le legittime aspettative e l’interesse ad esercitare: il diritto alla mobilità, alla sicurezza e allo sviluppo.

A tale proposito risulta utile segnalare che le autostrade in Sicilia rappresentano appena il 3% della rete stradale isolana e il fronte Sud della Sicilia è privo di ogni collegamento autostradale (privo inoltre di reti ferroviarie e di aeroporto).

Un’opera pubblica che è avvertita come estremamente necessaria in un territorio in cui i 180 chilometri dell’unica arteria la statale 115, progettata e realizzata tra gli anni ’50 e ’60 del secolo passato, è sottodimensionata e pericolosissima, ed è, come evidente, inadeguata al notevole traffico e al transito veloce e sicuro.

Il tentativo di realizzare l’autostrada e unire la parte sud della Sicilia, Trapani, Agrigento, Caltanissetta, Ragusa, Siracusa, si è dimostrato ad oggi vano è, in definitiva, l’eterna incompiuta, periodicamente annunciata, più volte progettata, mai finanziata. Tale insopportabile ritardo fa emergere un grande senso di straniamento e induce sempre più a riflettere sulla effettiva volontà del ceto politico di promuovere un vero programma di politiche dirette a ridurre il divario Nord-Sud.

Infatti mentre in Sicilia si lotta per avere l’autostrada e i collegamenti ferroviari di fatto obsoleti subiscono drastici tagli, al Nord l’alta velocità ferroviaria è ormai una realtà (vedi piano FFSS alta velocità) e la rete autostradale moderna ed efficiente (sono state, anche, costruite talune autostrade non proprio utili). Il completamento dell’anello autostradale della Sicilia permetterebbe a una vastissima area, dove vivono milioni di persone e migliaia di imprese in difficoltà, di uscire dall’isolamento.

Al tempo stesso garantirebbe – a un numero elevatissimo di veicoli che varia da circa 12.000 a 25.000 dei quali la maggior parte attorno alla Città di Agrigento (dati ricavati dallo studio redatto da ANAS) –  maggiore sicurezza  e consentirebbe di creare intermodalità: anche perché, chiuso l’anello, sarebbe necessario connettere i territori tramite le bretelle, con porti, aeroporti, interporti.

SCORRIMENTO VELOCE MAZARA DEL VALLO-TRAPANI – A proposito della utilità delle bretelle risulta utile ricordare le affermazioni dell’ex assessore regionale, Mario Milone, secondo le quali una di queste potrebbe contribuire a migliorare il collegamento della Palermo-Trapani con la prevista autostrada Palermo-Gela, inserita nel parere positivo di compatibilità ambientale del 2009 per la costruzione dello scorrimento veloce tra Mazara e l’aeroporto di Trapani. Un’opera di 34 chilometri (4 viadotti, 5 gallerie, 8 svincoli) che sarebbe possibile realizzare con 280 milioni di Euro e in soli 1400 giorni di lavoro.

In definitiva, un’opera che assume un valore strategico – fa parte, infatti, della Strada Europea E45-   ma anche “simbolico”. Una infrastruttura, tutto sommato, fattibile perché il costo potrebbe essere, prevalentemente, a carico dell’UE e cofinanziata dal Governo centrale e dalla Regione siciliana (dovrebbe intervenire l’Agenzia per la Coesione Territoriale). Un’ opera indispensabile per lo sviluppo che al termine dei lavori si svilupperà su un tracciato complessivo di 166 Km e sarà gestita dal CAS (consorzio per le Autostrade Siciliane).

Ad oggi completamente aperta al traffico è il tratto di 41,500 Km tra Siracusa e Rosolini. E’ atteso il prolungamento fino a Gela che – da quanto risulta dalle dichiarazioni ai giornali in occasione della firma del Patto per il Sud davanti al Tempio della Concordia (a proposito di valore simbolico?) – sarebbe già finanziato.  Se quest’ultima affermazione corrispondesse alla realtà, sarebbe davvero una bella notizia e un passo avanti! Se fosse così e per dare un messaggio di fiducia, bisognerebbe tempestivamente aprire il cantiere.

E’ bene ricordare che l’infrastruttura, funzionale alla chiusura dell’anello autostradale in Sicilia passando per Agrigento, Castelvetrano, Mazara del Vallo, riserverebbe notevoli opportunità (collegamento e avvicinamento degli Aeroporti di Trapani, Palermo e Comiso; decongestionamento del traffico superfluo nella Città di Agrigento; costituirebbe, soprattutto, elemento fondamentale per promuovere un sistema integrato tra turismo dei poli che vanno da Licata (porticciolo turistico e villaggi) ad Agrigento a Ribera (Golf Club Verdura) a Sciacca a Menfi e speranze per l’incerto futuro ad un vasto territorio.

E’ opportuno precisare che da Castelvetrano a Mazara del Vallo corre già una parte del tracciato della A29 Palermo-Mazara del Vallo, per cui non vi sono nuove infrastrutture da realizzare. Tuttavia, è del tutto evidente che il tratto la cui realizzazione sembrerebbe più lontana nel tempo è quello tra Gela e Castelvetrano per il quale si è ancora fermi allo studio di fattibilità.

Sarebbe interessante che il Presidente Crocetta oggi offrisse opportune risorse per rispondere alle domande poste nel Settembre 2010 dall’allora Ministro dei Trasporti, Matteoli, in merito alle somme che la Regione siciliana, fosse (sarà?) intenzionata a investire nell’opera (avrebbe già potuto impegnarsi con i fondi UE 2007-2013 e con i FAS e potrebbe sicuramente dare seguito con i fondi 2014-2020, impantanati in mille rivoli e che da due anni stentano a partire, con grave danno per l’economia). Come la mancata spesa di circa 1,3 miliardi di Euro, risorse destinate alla depurazione da un decennio e mai realizzati nell’Isola che ha determinato infrazioni per depuratori e rifiuti, contestate dall’UE, e la elevazione di multe pari a 185 milioni di Euro di euro per il 2016.

Tornando alla rete autostradale, Crocetta, possibilmente, dovrebbe dare seguito alle dichiarazioni del suo predecessore, Raffaele Lombardo, rilasciate da quest’ultimo in occasione della inaugurazione del tratto Noto-Rosolini:

“Adesso è tempo di pensare in maniera concreta a chiudere l’anello autostradale della Sicilia: si deve andare oltre Gela, sino a Mazara del Vallo”.  

D’altro canto, deve essere tenuto nella dovuta considerazione il fatto: che la Mazara-Gela è compresa nel 1° Programma delle opere strategiche della legge obiettivo 433/2001 e in conseguenza non è possibile che non siano richiamate le responsabilità di chi decide sul futuro della Sicilia.

Realizzare un’opera di straordinaria portata qual’è la chiusura dell’anello autostradale in Sicilia, favorirebbe come un formidabile tassello la credibilità dell’impegno del Governo per lo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia dando respiro all’azione del Premier Renzi il quale avrebbe anteposto alle mere angustie contabili, che affliggono il bilancio del Paese, gli obiettivi di sviluppo che possono migliorare il quadro dell’economia comunitaria.

Si tratta di confermare con i fatti le sofisticate dichiarazioni (“abbiamo voglia di scrivere una pagina di futuro” e per questo lavoreremo per una “maggiore integrazione” nel settore della Difesa e dell’intelligence. “Ma anche di questioni economiche”, di “misure forti per la crescita e investimenti di qualità”) che ha formulato in occasione dell’incontro di Ventotene, condivise perfino da Angela Merkel e Hollande.

LA QUESTIONE MERIDIONALE – Tutte questioni che hanno a che fare con comportamenti politici seri e richiedono assunzione di “responsabilità” per emulare, davvero, i padri costituenti e i grandi del Meridionalismo tra i quali: Einaudi, La Pira, Rossi, Salvemini, Nitti, Doria, Dorso, Saraceno, Fortunato, ricorrentemente richiamati!

E’ bene ricordare che la Questione meridionale è una storia complessa, data dall’intreccio di varie dinamiche, fra le quali quelle economiche, che sono strutturali, e non la si può archiviare come problema criminale o con una battuta. Non bastano “le solite frasi”. Renzi dovrebbe parlare alla testa del Paese e non soltanto al cuore. E fare fatti perché la sua parola è decisiva.

Come scriveva Dante nel secondo canto dell’Inferno:

“Qui si parrà la tua nobilitate!”.

La frase vale oggi per un altro fiorentino.  L’azione che il Premier vorrà imprimere a favore del Mezzogiorno non solo aiuterà il Paese ma, al tempo stesso, potrebbe concorrere all’attenuazione di sentimenti e opinioni diffusi, secondo i quali l’Italia sarebbe un Paese in crisi profonda e drammatica. E rafforzare l’idea a tanti che come me pensano che non sia una Paese senza futuro.

E’ noto che sia molto popolare, anche all’estero, la tesi dell’inarrestabile declino: che tuttavia non fa giustizia a chi si impegna e lavora. Fa danno alla reputazione del Paese e distoglie dai veri problemi da risolvere. E’ difficile, tuttavia, negare che il Paese sia zavorrato da guai che vengono da lontano e che vanno ben oltre il debito pubblico: le diseguaglianze sociali, una burocrazia spesso persecutoria e inefficace e, soprattutto, il ritardo del Sud”.

La crisi planetaria si è innestata sugli annosi mali, incancrenendoli. E’ ovvio che la complessità rende difficilissimo rimediare. Ma non è impossibile, se non ci si lascia ipnotizzare dalla retorica dell’apocalisse. Che si alimenta della divaricazione tra eccellenti risultati a livello internazionale ottenuti dalla aziende nazionali e il deterioramento del Paese.

Quello che dalla confusione in atto non emerge sono due tendenze positive: due ponti lanciati verso il futuro che contrastano le profezie negative e indicano una nuova rotta per restituire coraggio e convinzioni agli italiani.

D’altro canto, l’Italia non è una delle vittime della globalizzazione, anzi: ha saputo modificare la sua specializzazione internazionale, modernizzandola e sincronizzandola con le nuove domande del mercato. Costruendo valore aggiunto in settori tradizionali quali l’agroalimentare, il biologico, il tessile e abbigliamento, calzature, mobili, nautica. Ma anche in altri innovativi quali ITC, prodotti innovativi per l’edilizia, mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli, nella chimica-farmaceutica.

Non solo l’export sfata i luoghi comuni, ma anche il turismo segnala che l’Italia e il primo Paese per turisti extra e meta ambita per i visitatori provenienti da Cina, Giappone e Brasile, alla pari con Gran Bretagna per le provenienze da Stati Uniti, secondi per arrivi da Canada, Sudafrica, Australia, Russia. Risulta, davvero ardito parlare di un Paese sul viale del tramonto. Non è una nazione in macerie e di cittadini rassegnati. Ma è un Paese che può competere soltanto se aggancia il Sud.

Allora, piuttosto che ascoltare le sirene del declino, bisogna prestare attenzione al messaggio e alle richieste che provengono dai tanti protagonisti di questo rinnovato made in italy e della Green Economy. Che stanno affermando un nuovo modello di sviluppo perfettamente in linea con la vocazione del Paese: la qualità.  Nella quale la bellezza, che è un fattore produttivo determinante, e la cultura, coniugata con le nuove tecnologie, possono essere un vero incubatore d’impresa.

Una via mediterranea alla Geen Economy per contaminare con l’innovazione anche i settori più tradizionali e le eccellenze agroalimentari siano volano per industria, artigianato e turismo. Le cui materie prime sono il capitale umano e i saperidel territorio. E’da qui che bisogna ripartire: dalla via mediterranea incentivando la ricerca e l’ITC e l’innovazione non solo tecnologica, ma anche organizzativa, comunicativa e di markerting. Sostenendo con azioni di sistema le politiche di internazionalizzazione sia del manifatturiero che delle filiere culturali e turistiche che indichi nella sostenibilità la via da seguire.

Il potenziamento del sistema delle infrastrutture (materiali e immateriali) a partire da versante sud con il completamento dell’anello autostradale, la messa in rete dei porti: Augusta, Siracusa, Ragusa, Gela, Porto Empedocle, Trapani e con la realizzazione dell’aeroporto centro-meridionale, potrebbe fare assumere alla Sicilia un ruolo di avanzato fronte di ingresso/uscita e di piattaforma logistica per l’ottimizzazione dei flussi di scambio e movimentazione merci e acquisire un ruolo di rilievo nel bacino di Libero Scambio nel Mediterraneo.

E’ utile ricordare che nei prossimi anni transiteranno nel Mediterraneo oltre 30 mln di teus in più rispetto agli attuali 30/35 mln. La Sicilia ritorna protagonista perché si trova sulla direttrice del flusso di traffico che attraversa il Mediterraneo: il sistema portuale siciliano (rafforzato), come pure il necessario sistema logistico ad esso asservito, si possono pertanto proporre come nodo strategico per la rete di trasporto transeuropea che comprende le “autostrade del mare” da Ovest ad Est e verso i Paesi del Medio Oriente e viceversa, da Nord a Sud e verso i Paesi terzi del Nord Africa e viceversa.

I PORTI – Riflessioni, si spera, utili per il Premier Renzi, il quale ha svolto, recentemente, opportune e interessanti valutazioni sull’importanza del ruolo dei Porti nello scenario internazionale e, in merito agli evidenti ritardi del turismo, ha manifestato stupore per le differenze esistenti in termini di sviluppo e accoglienza, tra la Sicilia e le Canarie. Un paragone che evidentemente non può reggere, nonostante la Sicilia sia il più straordinario giacimento di Beni Culturali, Ambientali e Paesaggistici e detenga circa il 25% del Patrimonio culturale e archeologico del Pianeta, con nove siti UNESCO. Un’Isola, la Sicilia, che è anche un formidabile luogo di biodiversità.

Nonostante queste differenze le Canarie registrano circa 40 mln di pernottamenti contro i 3,9 mln della Sicilia. Risulta attrattiva in conseguenza di mirate politiche di marketing e di costi del trasporto aereo bassissimi. Registrano infatti circa 250 voli charter conto i tre della Sicilia.  Occuparsi dello sviluppo del Mezzogiorno e delle sue potenzialità nel Mediterraneo darebbe spessore al significativo protagonismo in ambito europeo.

D’altro canto, i legami storici, geografici, economici, culturali e geopolitici tra l’Europa e i paesi della sponda Sud del Mediterraneo hanno tradizionalmente rappresentato un fattore di estrema importanza nel processo di integrazione europea, sin dalle sue origini. Le crisi, i mutamenti e le fratture che hanno investito la regione a cui si aggiunge il problema dei flussi migratori e la minaccia del terrorismo, hanno spesso influito in maniera determinante sugli sviluppi della costruzione comunitaria.

IL MEDITERRANEO – Contemporaneamente, le sfide provenienti dal Mediterraneo hanno imposto ai Paesi della Comunità e poi dell’Unione Europea l’elaborazione di una risposta comune, prima sul terreno economico-commerciale e poi su quello politico e della sicurezza, in grado di fronteggiare gli squilibri di un’area strategicamente vitale per l’Europa. Tuttavia il grande problema è che al successo militare non faccia seguito un successo politico strategico. La possibilità di una pace relativa dipende dalla capacità di affrontare alla radice, e in tempi lunghi, i valori e principi delle diverse culture e civiltà.  

Non è mai apparsa così chiara come ora la necessità, in primo luogo per i popoli euromediterranei, di ridefinire la linea di demarcazione tra pluralismo e le libertà, da un lato; e l’ideologia relativistica e multiculturale dall’altro.  Cioè, tra chi crede in una società aperta nella quale si esprimono un ordine spontaneo, le diversità, il dissenso, la tolleranza; e chi, invece, mettendo sullo stesso piano tutte le culture, cancella ogni gerarchia dei valori. Ora, è evidente che questa crisi mondiale, sorprende il Mezzogiorno emarginato e a rischio (per ragioni geografiche, economiche, culturali, ecc.).

La sua labile identità per le arretratezze, le pigrizie conservatrici, l’assenza di scelte, lo rendono vulnerabile.  Alla sua diserzione spirituale, dopo un ruolo cruciale avuto nei millenni, fanno difetto anche le metafore.  Quella che lo vuole ponte mediterraneo appare vacua e senza peso. E allora ritorna la domanda: cosa fare del Mediterraneo?  Un lago periferico o uno spazio strategico della politica mondiale?

Occorre fare subito perché mentre gran parte della politica italiana si attarda dietro futili discussioni di sapore tattico … la dimensione epocale del crollo del muro di Berlino e dell’unificazione della Germania provoca, così vistosamente ormai, i suoi effetti che anche i ciechi dovrebbero vedere. Dietro e sotto la crisi della vecchia Europa del trattato di Roma v’è questo movimento di fondo che ha modificato radicalmente la collocazione geopolitica dell’Europa. Se non si capisce ciò non si capiranno mai le profonde diffidenze che istintivamente maturano tra le genti europee rispetto ad una costruzione europea ormai in via di decomposizione,  il Mezzogiorno d’Italia non coglierà l’occasione inedita che la nuova geopolitica gli consegna.

LA SVOLTA FRANCESE – Il crollo del muro di Berlino ha ricreato le condizioni della grande Germania e del pangermanesimo, che ha messo in discussione l’asse Parigi-Berlino. Da qui la ragione del capovolgimento della politica francese e del suo riavvicinamento agli angloamericani. Si ritorna alle vecchie crepe europee, ai vecchi pericoli, ma con due novità decisive: globalizzazione, Cina e India da una parte, riconquista da parte del Mediterraneo di un ruolo strategico centrale dall’altra. In tale contesto il Mezzogiorno assume il decisivo ruolo di crocevia dell’equilibrio europeo.

Senza il Mezzogiorno d’Italia e il Mediterraneo non ci sarà un nuovo equilibrio europeo, che non può essere solo germanico, non ci sarà una nuova epoca di pace e l’Europa rischia di diventare il cono d’ombra! In questa stretta è evidente il rischio di rimanere stritolati ma è altrettanto possibile diventare protagonisti!  La questione meridionale deve però ridiventare questione geopolitica, sottrarsi alle deviazioni dell’economicismo.

Nicolas Sarkozy nel 2005 annunciò per la prima volta la sua ambizione di creare l’Unione Mediterranea, un’istituzione permanente, sul modello dell’Unione Europea, che dovesse occuparsi di: “ambiente, dialogo fra le culture, crescita economica delle PMI, sviluppo sociale e sicurezza nella regione mediterranea”. L’Unione per il Mediterraneo oggi esiste, è un organismo internazionale che intende avvicinare i rapporti fra le nazioni che si affacciano sul Mar Mediterraneo. Con l’Unione per il Mediterraneo, i paesi europei entrano per la prima volta in diretto e completo contatto con quelli del Medioriente.

Tale straordinaria novità apre una indefinita serie di prospettive, non solo dal punto di vista economico, ma anche e soprattutto dal punto di vista politico e sociale internazionale. L’Italia nello specifico, si pone come tramite principale tra Europa e Mediterraneo, non solo per motivi geografici, ma soprattutto per similitudini sociali e culturali. Il Mezzogiorno in particolare, potrebbe costituire il “ponte privilegiato”, potendo, da un lato offrire un supporto logistico d’alto livello, dall’altro costituire una piattaforma dove sperimentare nuove forme di collaborazione tra i paesi del Mediterraneo.

Le eccellenze, la green economy e l’agroalimentare, in particolare quello siciliano, potrebbero diventare laboratori permanenti di cooperazione, attraverso appositi centri di ricerca specializzati, ove i giovani talenti del Mediterraneo potrebbero studiare e confrontarsi per elaborare nuove tecnologie, e non solo, da esportare nei loro paesi d’origine ma anche nel resto d’Europa. In questo modo i vantaggi sarebbero notevoli e per tutti, perché si rilancerebbe il Mezzogiorno valorizzando il significativo capitale umano e le risorse strutturali, attraverso, anche, il coinvolgimento delle Università e della parte più evoluta del Paese che potrebbe investire nelle eccellenze del Sud Italia, creando una vera e propria rete di centri di cooperazione,  che interagisca nelle sue diramazioni e con il territorio, per abbandonare, finalmente,  le solite politiche assistenziali, per sviluppare le competenze e le caratteristiche endemiche del Sud Italia.

e’ fondamentale l’interazione fra una pluralità di conoscenze, è essenzialmente la costruzione di “reti” tra soggetti diversi e territorializzati (pubblici e privati).  Per tutte le superiori considerazioni la Camera di Commercio di Agrigento, su iniziativa di Confimpresa Euromed, si è fatta carico di promuovere il protocollo per l’APQ – come previsto dalla legge 580 – con la consapevolezza che corposi settori dell’economia come l’agricoltura, l’industria, l’artigianato,  il turismo, risultano  compromessi da anni di ritardi e non abbiano alcuna possibilità di  germogliare se il territorio non sarà dotato delle indispensabili infrastrutture (viabilità, ferrovie, porti, aeroporto, piattaforma logistica e intermodalità), tra le quali l’opera in questione è la più importante.

La Camera di Commercio, nel quadro  del programma di sviluppo e per le funzioni che la legge le attribuisce, ha preso atto delle cause che hanno reso difficile l’attuazione di una infrastruttura indispensabile per un corretto e armonico progresso e della gravissima condizione in cui essi versa il tessuto economico e sociale ed ha posto in essere le precondizioni per fare rete tra: Agrigento, Trapani, Caltanissetta, Ragusa, Siracusa, con l’obiettivo di coinvolgere tutti gli attori presenti in questi territori, i loro rappresentanti, le istituzioni, le associazioni datoriali, i sindacati, le banche, le università e lavorare davvero per la realizzazione dell’opera.

A partire dal coinvolgimento di ANAS che ha elaborato lo studio di fattibilità già inserito nel piano decennale 2003-2012.Tuttavia è opportuno che il Presidente Renzi non lasci tutto nella disponibilità, nella discrezione o, peggio, nell’ arbitrio di ANAS che, come noto, è una società, che non si occupa di progresso. Ma costruisce strade. E lo fa secondo principi economici di “costi – benefici”. E’, infatti, compito della “politica” interrogarsi sul perché vada realizzata un’opera costosa ma talvolta non immediatamente remunerativa economicamente: ma importante per la qualità della vita dei cittadini e per lo sviluppo socio economico!

E’ evidente che se questo principio non prendesse il sopravvento nessuna opera sarebbe realizzabile nei territori a ritardo di sviluppo che, in quanto tali sono poveri e quindi non in grado di remunerare i promotori, nei tempi previsti dal business plan. E, pertanto, nessuna riduzione del Gap esistente con i territori a sviluppo avanzato, potrebbe realizzarsi. L’Anas, con la sua grammatica e ragionando “a freddo”, ha considerato più soluzioni di ripiego.

Una prima soluzione che prevede la suddivisione dell’opera in “macrolotti funzionali” rispetto ai quali potrebbe proseguire per la progettazione preliminare.  Ma ha contemplato, anche, l’ipotesi di una “parzializzazione dell’intervento” e cioè la realizzazione di una singola carreggiata con predisposizione delle opere d’arte per un “eventuale futuro” raddoppio. Risulta pleonastico segnalare che sia la prima che la seconda ipotesi risultano impraticabili, perché i tempi sarebbero talmente dilatati da rendere di fatto, impossibile la realizzazione della infrastruttura (sine die ?).

La mancata realizzazione dell’opera, in uno con la mancata realizzazione del Corridoio Berlino-Palermo (deviato già da Napoli verso Bari) e, quindi, del Ponte. La mancata realizzazione dell’Aeroporto (con distrazione (?) dei tanti fondi assegnati – inutilizzati e, in ultimo, dei 30 mln di euro assegnati da Lombardo) renderà il territorio sempre più marginalizzato e la forbice del divario tra l’Europa – Continentale e il Sud-Mediterraneo, come ben documentato nell’ultima relazione dellA Svimez, si allargherà a dismisura fino alla deriva!

Non si tratta soltanto di dotare il territorio di una infrastruttura della quale ha estremo bisogno e diritto. Ma si tratta di un’opera strategica per lo sviluppo dell’Area di Libero Scambio e, complessivamente del Paese. E, pertanto, risulterebbe significativo cogliere il momento cruciale e, paradossalmente, favorevole per l’inserimento della infrastruttura tra gli obiettivi strategici del Piano Juncker (oggi di 500 mld di euro), accompagnandola con  il cospicuo e virtuoso  utilizzo dei fondi strutturali 2014 – 2020, oggi a rischio di revoca, con i fondi destinati alla “Coesione Territoriale”  e con i fondi del CIPE destinati alle aree sottoutilizzate.

Il Presidente Renzi – se corrisponde al vero che il Governo sta facendo, finalmente, notevoli sforzi e programmando risorse per favorire lo sviluppo del Mezzogiorno e ridurre il Gap esistente e che a tale proposito sta impostando la legge finanziaria; se corrisponde al vero che la flessibilità dei parametri richiesta all’UE potrebbe essere diretta, anche, a investimenti pubblici, (i dati per investimenti pubblici nel meridione sono crollati al minimo storico non raggiungendo neppure il 30 % lontanissimi dall’obiettivo del 45% della spesa in conto capitale da destinare alle aree meridionali: dati davvero sconfortanti);  se corrisponde al vero che il Governo ha l’obiettivo dichiarato di selezionare le priorità di intervento, al fine di migliorare la qualità della spesa pubblica nel Sud, piuttosto che disperderla in mille rivoli e aumentare la competitività dei territori meridionali; se corrisponde al vero che intende dare risposte “concrete” ai cittadini meridionali (che sanno ben distinguere chi promette soltanto e chi invece si rimbocca le maniche e fa le cose concrete), che intende dare credibilità alla politica, dignità alle Istituzioni e contribuire a rimuovere l’assunto che l’uomo qualunque possa governare la complessità di questo tempo; se corrispondono al vero le dichiarazioni che senza sviluppo, senza lavoro, senza pari opportunità, senza uguaglianza non vi sia effettiva libertà e, pertanto, la democrazia viene meno non solo alle sue funzioni ma alle sue promesse: consumandosi; se corrisponde al vero che alle dichiarazione di principi debbano seguire azioni e fatti, che lo sviluppo della Sicilia sia una sfida epocale, che gli investimenti pubblici (vedi Keynes) siano al momento l’unica leva per attivare investimenti privati  non può  non considerare le evidenze manifestate con l’atto sottoscritto dalle Camere di Commercio, dalle ex Province Regionali, ANCI, ANAS, da centinaia di Comuni che insistono sull’asse Siracusa-Mazara e che non è più possibile rinviare la realizzazione di un’opera così importante: un vero investimento per lo sviluppo, per il futuro della Sicilia e, complessivamente, del Paese.